Che
Umberto Bossi non fosse immune dal vizietto della politica è cosa nota e provata, negata solo dagli ipocriti o da chi è in malafede.
Condannato al Processo Enimont nel 1995 per una tangente da 200 milioni (sempre il 200 che ritorna...) la sentenza fu definitivamente confermata in Cassazione nel 1998. Altro che "onore delle armi" al leader che lascia, come sostengono oggi non pochi editoriali e menti raffinate e interessate nostrane.
In un paese normale sarebbe ampiamente bastato questo (con buona pace degli scandalizzati caporali e dell'integerrima base leghista)
per chiudere una carriera politica della quale nessuno avrebbe avvertito la mancanza, se non forse gli sfegatati del celodurismo così pronti al cannoneggiamento degli inermi e così distratti verso i malversatori, di qualunque sponda politica (basti dire l'indecente sostegno di questi anni al nemico "mafioso" di sempre, Silvio Berlusconi).
Gli ultimi accadimenti, sino alle attuali
dimissioni di Bossi, dimostrano invece un fatto politico acclarato ma, anche qui, colpevolmente dimenticato:
la Lega non ha mai rappresentato una prospettiva politica se non nuova almeno innovativa, ha semplicemente svivacchiato coltivando i mal di pancia più deteriori di un popolo bue scandalosamente prono e disponibile a farsela raccontare, alla perenne ricerca del ducetto del quartierino pur di non mettere energie e tempo nell'occuparsi di qualcosa che andasse oltre il proprio ristretto orizzonte.
Solo così si spiegano le imbarazzanti amnesie quali quella ricordata in apertura, o lo iato tra i titoli della Padania del 1998 con l'attacco al "mafioso" Berlusconi e il pappa e ciccia degli ultimi anni sino alla separazione in contrasto sulla scelta del Governo Monti (e che, guarda caso, la Lega vede come fumo negli occhi perché mina le proprie convenienze politiche in primo luogo). Solo così si spiegano i salvataggi della Banca Popolare di Lodi, di Radio Padania e della Padania, organo di partito leghista. Solo così si spiegano le leggi votate in Parlamento dalla Lega e dai suoi rappresentati a favore dei mafiosi e dei piduisti.
Oggi chi fa finta (dall'interno) di scoprire l'acqua calda del malcostume leghista dovrebbe chiedersi dov'era quando Belsito diventava tesoriere del partito, quando alcuni dei principali esponenti leghisti se ne andavano denunciando la deriva romana del partito, quando il nepotismo esplodeva con l'investitura del Trota a spese del contribuente. Che non si provino a rappresentare il "vento nuovo" o il rinnovamento!
Altrimenti torniamo al solito teatrino che serve solo ad alimentare il senso dell'antipolitica rispetto al quale, però, è forse il momento di cominciare a denunciare e a non più tollerare alcuni troppo facili luoghi comuni:
se i politici sono "tutti uguali e tutti ladri" non vuol forse dire che gli elettori sono tutti colpevoli alla stessa maniera almeno di "omessa vigilanza"? In questo caso gli strumenti c'erano tutti per sapere da dove si partiva e dove si sarebbe andati a finire....
Massimo Molteni, Francesco Marchini